“Il frutto”

il frutto 1 il mio Italo mangia le mele che lo so io in che stalla vivono quelle da me su di me in me non riuscirebbe a far rizzare il pelo neppure a un gatto tutte le mele un pugno di cicoria dovresti fare come me il frutto solitudineIl Frutto
di Soledad Agresti
regia di Raffaele Furno
con Soledad Agresti e Barbara Russo
Sinossi
Ida e Ada sono due donne sole. Una è la donna chiara, l’altra è la donna scura. Ida e Ada potrebbero essere due aspetti della stessa donna. Ida e Ada sono state entrambe abbandonate da uomini approfittatori, che da loro volevano solo una cosa…. quella cosa là.
Tra Ida e Ada c’è un segno di confine, che delimita i loro spazi vitali. Un confine marcato sul palcoscenico da una striscia scura, netta, che taglia il palco a metà. Ma questo confine non è un muro, piuttosto una membrana permeabile che mette Ida e Ada in comunicazione, pur tenendole separate. Le due donne superano questo limite nei loro momenti onirici, quando chiuse nella loro solitudine immaginano, ricordano, sognano, pregano o imprecano.
Tra Ida e Ada c’è un albero di mele. A chi appartiene? Chi lo ha piantato? Chi ha diritto a godere del frutto che ne nasce? Questo frutto della terra scatena la violenza drammaturgica dello spettacolo. Le mele sono semplici, non c’è bisogno di spiegarle, succose e salutari, ma sono anche simbolo di peccato originario e di desiderio femminile represso.
Dalle mele si sviluppa l’intreccio; a causa delle mele Ida e Ada dovranno necessariamente affrontare i propri demoni: il loro rapporto morboso e fallimentare con gli uomini della propria vita, amanti di una notte, un marito che è scappato, un figlio che probabilmente è stato punito per espiare tutte le colpe del genere maschile.
Note di regia
“Il Frutto” è idealmente la conclusione di una trilogia drammaturgica che continua la ricerca sul femminile inaugurato dall’autrice Soledad Agresti con i precedenti testi “La Gamba di Sarah Bernhardt” (vincitore del Premio La Scrittura della Differenza 2010, miglior regia al Premio Aenaria 2014) e “Il Bambino che verrà” (debutto al Roma Fringe Festival del 2013 sempre con la regia di Raffaele Furno ed andato in scena in molte città italiane tra cui Napoli, Caserta, Palermo fino al 2015). Mentre il primo analizzava il mondo delle donne del sud Italia con toni comici dirompenti, ed il secondo mescolava commedia e surrealismo nell’analisi di una maternità “sui generis”, “Il Frutto” sprofonda nell’oscurità del dramma per mettere in conversazione la sessualità femminile con se stessa.
Lo spettacolo è un intreccio tra la scrittura scenica dell’autrice e le metafore visive ideate dal regista. La gestualità delle due attrici è netta, secca, precisa. L’intera idea di messa in scena si incentra sul binomio “accogliere” e “rifiutare”, perché le donne sono generalmente percepite come accoglienti, nutrici, ma le due protagoniste hanno subito, e forse agito più volte, azioni di rifiuto terribili ed estremi. “Accogliere” e “rifiutare” si trasformano per l’appunto nel modo in cui le due attrici manipolano i pochi elementi scenici attorno a loro (due sedie, un telo) ma soprattutto nel modo in cui si toccano, si cercano, si accarezzano, si affrontano aggrappandosi l’una all’altra come se ognuna rappresentasse la speranza ma anche la nemesi reciproca.
Su tutto campeggia un albero virtuale che si trasforma e si illumina per sottolineare lo stato emotivo delle due donne. C’è una connessione emotiva ed energetica tra le attrici dello spettacolo e l’albero, che diventa quasi terzo protagonista della messa in scena.
Il teatro della Agresti, e la regia di Furno, sono fortemente carnali, passionali e appassionati. Le linee di ricerca intrecciano il vissuto personale dell’autrice con i temi del genere sessuale, che hanno una valenza universale e sociale. Le donne del suo teatro sono consapevoli dei limiti posti dal mondo fortemente maschilista che le circonda, e attraverso questa consapevolezza sviluppano un fervore critico che è assieme pensiero ed azione. Ada e Ida incarnano un femminile terribile, evocativo delle eroine tragiche dell’antica Grecia, ma strenuamente moderno ed immerso nel mondo che tutti noi abitiamo.
Note tecniche
La messa in scena è estremamente snella e può adattarsi a vari tipi di palco o spazio scenico, purché di almeno 3 metri per 3.
Dotazione luci minima: 6 fari.
Dotazione fonica minima: lettore cd con casse (microfoni solo se spazio all’aperto)

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