Metamorfosi

Metamorfosi

 

Sinossi
“Metamorfosi” esplora il millenario dilemma del rapporto tra umano e divino, il contrasto tra libera scelta e fato, il desiderio degli uomini di innalzarsi verso il cielo e il potere degli Dei di vendicarsi e punirli di tale arroganza, ma anche di essere generosi e ricompensarli per i sinceri atti di devozione a loro dedicati.
Lo spettacolo è ispirato ai quindici libri dell’opera di Ovidio, di cui Raffaele Furno ha curato una riduzione e un adattamento originali. In scena nove attori danno vita a quasi quaranta personaggi, inanellando nove miti come se fossero perle di una collana, lungo un filo di seta che si dipana tra oceani, boschi, villaggi, palazzi reali e buie caverne.
A partire dal mito della creazione, l’escamotage teatrale di multiple voci narranti accompagna lo spettatore attraverso alcune storie notissime: la brusca interruzione della festa nuziale di Orfeo e Euridice e la discesa agli inferi del disperato musico, la suprema sete di ricchezza di Re Mida, il delicato e poetico incontro tre Eros e Psiche. Altri miti, forse meno conosciuti, raccontano lo struggente pianto di Alcione in attesa del ritorno di suo marito Ceice che si innalza fino all’Olimpo a commuovere perfino l’altera Afrodite, o ancora i buffi tentativi del goffo e timido Vertumno per far innamorare di sé la bellissima ninfa Pomona.
“Metamorfosi” rende omaggio alla culla della cultura occidentale per eccellenza, la Grecia classica col suo ricchissimo bagaglio di filosofiche metafore, re-inventandola però in una chiave iper-moderna. Gli attori in scena mescolano tecniche che vanno dalla slow motion alla danza balinese, indossando pepli di arcaica reminescenza o completi da sera stile alta moda parigina, e agiscono o narrano le alterne vicende di uomini, ninfe, fauni e Dei accompagnati da una colonna sonora che unisce musica classica, tango, suoni elettronici e bossa nova.
La stratificazione dei vari livelli di lettura dello spettacolo nasce dall’incontro tra teatro di parola – la narrazione come fulcro originale della comunicazione teatrale – e il potere evocativo delle azioni sceniche che esaltano il valore contemporaneo di un sistema mitologico ideato millenni fa, eppur estremamente attuale. Perché nonostante le scoperte scientifiche, lo sviluppo, e la frenesia del mondo tecnologico odierno, gli uomini sono ancora alle prese con le stesse emozioni incarnate dai personaggi di “Metamorfosi”: amore, orgoglio, nostalgia, speranza, rispetto, vendetta, fede.

Note di regia

Come si mette in scena l’universo?
Per sottrazione. Lasciamo respirare il palco, affinché siano le parole e i gesti degli attori ad evocare per lo spettatore i mille luoghi attraversati, gli scenari sovrapposti, le emozioni suscitate.
A sinistra c’è una poltrona, rosso purpureo sullo sfondo nero. Da sola basta a significare gli interni dei ricchi palazzi, costruzioni sfarzose che gli uomini hanno eretto per mostrare il proprio potere e gareggiare con gli Dei, o almeno illudersi di poterlo fare.
A destra c’è un tronco riverso su un lato, ad indicare la natura, gli elementi del creato abitati e animati dalle forse del divino, e che gli uomini usano troppo di rado con rispetto.
Sul fondo una porta (possibilmente) che allunga la prospettiva.
Dal fondo, anche una vela bianca, che però si tingerà del blu del mare, del verde dei prati, del rosso della passione amorosa. Al centro della vela c’è un taglio trasversale che serve da ingresso per Poseidone che emerge dalle acque, per Fame che compare dal deserto, dal nulla del tempo.

Visioni
I colori giocano un ruolo centrale nella costruzione visiva dello spettacolo. Gli Dei sono vestiti con estrema eleganza, coi toni del cielo, dei tramonti, delle profondità oscure, ma sempre con bagliori di oro. Sonno è immerso in una purezza di bianco, Ade e Persefone in sfolgorii di perle nere. Afrodite è una icona della Hollywood anni ’50, un po’ Gloria Swanson un po’ Grace Kelly.
Re Mida è un rampante manager, un aizzatore di folle, un guru di corsi di personalità e auto-coscienza.
Bauci e Filemone sono due vecchini da manga giapponese.
Lo spazio scenico è costruito su contrasti di luce e ombra, spesso diviso tra proscenio e sfondo che vengono illuminati diversamente per sottolineare l’azione principale ed incorniciare quella secondaria.
La musica è un sottofondo, ma anche un personaggio con cui i narratori dialogano, alternando sonorità e ritmi, intersecandoli, giocandoci.

Cosa diciamo?
Usiamo la polivocalità. Gli attori sono narratori in alcune scene, e personaggi agenti in altre (Dei, fauni, Re, lavandaie, bambinaie, principesse, ninfe). Però, non c’è una separazione netta e definitiva tra chi narra e chi agisce. A volte un narratore ruba la battuta ad uno dei personaggi coinvolti in prima persona nel mito, altre volte sono i personaggi stessi a fuoriuscire per un momento dall’azione e diventare narratori della propria storia. Ci si sovrappone, ci si scambia, ci si incrocia. La polivocalità crea movimento, sposta l’asse dell’interesse, mantiene viva la curiosità, il desiderio di immergersi nel mondo di Metamorfosi e divenire parte integrante del flusso.

Perché narrare i miti?
E’ una necessità. Lo spettacolo ha messo in moto le energie di tutti coloro che sono stati coinvolti, ha contribuito alla loro/nostra metamorfosi individuale e di gruppo.
Il pubblico che ha partecipato alle prime letture pubbliche del testo ci ha subito indicato che eravamo sulla strada giusta, che esisteva una connessione diretta, emozionale tra le nostre parole recitate e le loro esperienze vissute. Ma in fin dei conti noi siamo loro, ne condividiamo il tempo presente, le ansie, le speranze.
La messa in scena finale è nata avendo già in mente i singoli artisti a cui affidare i ruoli, ed in quanto tale potrebbe essere un progetto chiuso. Ma in realtà è estremamente aperto, vitale, che necessita dello scambio energetico con il pubblico. Metamorfosi si pone in una linea di tradizione millenaria, le cui radici sono immerse in Ovidio e nella cultura orale che lo ha preceduto e di cui lui è stato interprete, il cui tronco è nel presente di chi condivide con noi i 75 minuti di spettacolo, e i cui rami sono fortemente proiettati oltre, a raggiungere l’accresciuta consapevolezza che tale condivisione ci lascia in dono. In una parola: comunità. Alle radici dell’atto teatrale.

Crediti artistici e di produzione
Una co-produzione di Deviazioni Recitative 2009 e Associazione Culturale Il Berretto a Sonagli
In collaborazione con la Compagnia Teatrale Imprevisti e Probabilità

Regia e adattamento: Raffaele Furno

In scena (in ordine di apparizione):
Annamaria Aceto
Valentina Fantasia
Janos Agresti
Raffaele Furno
Anna Fraula
Gabriella Montefusco
Francesco Nardone
Soledad Agresti
Simona Noce

Costumi: Soledad Agresti

Scene e attrezzeria: Janos Agresti

Consulenza musicale: Benedetta Verrengia

Tecnico Luci: Ettore Ruggieri

Tecnico Suono: Vittorio Treglia

Atto unico. Durata: 75 minuti

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