Dicono di noi: “il bambino che verrà”

“E’ una malattia”, il teatro di Soledad Agresti e Raffaele Furno

15 04 2013 (Interviste)

Scrittrice, regista ed interpreti de “Il bambino che verrà”
Soledad Agresti e Raffaele Furno: specialista di ritratti estemporanei, autrice pluripremiata per “La gamba di Sarah Bernhardt”, scrittrice ed interprete de “Il bambino che verrà” lei, regista ed interprete della compagnia “Imprevisti e probabilità”, lui.
Molti anni di lavoro per ottenere una precisa sintonia, sublimata a tal punto in questo spettacolo, che lasciarli cimentare in un’intervista separatamente, sarebbe stato quasi un torto.
Come nasce la scrittura de “Il bambino che verrà”?
S.A. “Nasce, in realtà, dopo la vittoria di un premio internazionale – “La scrittura della differenza” – con un altro spettacolo – “La gamba di Sarah Bernhardt”- a Cuba, dove è andato in scena; li ho conosciuto un attore , il quale aveva un problema con la ex-moglie e voleva avere sua figlia con sé, che mi chiese di scrivergli un monologo: da qui è partita l’idea di un bambino che dovesse arrivare.
La situazione sociale, la crisi che c’è, la tensione che ci colpisce, nonostante si provi ad evadere, ha tutto contribuito ad innescare una serie di caratterizzazioni. Infondo, quando scrivi una storia, parti da un punto, ma non sai mai dove ti porterà: la storia vive di vita propria e ad un certo punto non puoi che assecondarla. Quell’attore mi chiese una commedia n’è venuto fuori tutt’altro”.
Come si mette in scena il “discorso” di questa storia?
R.F. “Ormai io e Soledad lavoriamo insieme da undici anni, quindi, quando ha scritto il testo me lo ha fatto leggere, ma solo dopo un anno abbiamo deciso di metterlo in scena, anche perchè avevamo altri impegni in corso. A quel punto il passaggio dalla pagina al palcoscenico ha richiesto una serie di idee e trasformazioni che sono state apportate in sinergia: attorno ad un tavolino discutendone, poi alzandoci, provando e rivoluzionando quello appena detto. Inoltre, noi lavoriamo sempre con Janos Agresti e Isabella Sandrini, che sono parte della compagnia, anche molto a livello d’immagine, quindi, siamo partiti anche da alcuni elementi scenici che volevamo avere: la cassetta delle lettere anni ’50, che richiede poi di essere usata e che sia carica di significato.
Il testo, gli aspetti scenici, le musiche che in alcuni casi ci hanno evocato delle emozioni che siamo andati a cercare in alcuni punti specifici della rappresentazione, hanno poi portato al completamento di questo spettacolo”.
La scelta dei colori del vostro abbigliamento, in perfetta sintonia con il resto della scenografia, eppure così sgargiante. Di chi è stata l’idea e perchè?
R.F. “Soledad, tra le tante cose, è anche una pittrice, quindi, chiaramente, ha un occhio per il colore”.
S.A. “Si, volevamo che questi personaggi fossero una persona sola, due caratteri della stessa persona, quindi, c’è stata la richiesta da parte del regista che avessero una divisa, che non fosse, però, convenzionale, allora nella ricerca delle stoffe, ho trovato questa che ha toni grotteschi e m’è sembrata interessante; misurandola con tutto il resto che è sui toni del grigio e del marrone, tenui, spicchiamo, siamo inquadrati costantemente, ed uguali sembriamo un’unica persona. Ecco perchè abbiamo scelto anche i cappellini perchè si cancellasse l’idea dell’identità sessuale. Il colore, infine, è comunque un buon modo per alleggerire la tragedia, così come nel testo la stessa è alleggerita da momenti di ilarità”.
Attenzione ai dettagli nella messa in scena, forte presenza civile/sociale nell’argomento, molteplici livelli di scambio cognitivo. Gli ingredienti che vi hanno portato a questo festival a Roma, di cui ci anticipate qualcosa?
R.F. “ Parteciperemo al ‘Fringe Festival’ di Roma, a luglio, e poi altri due, che nomino per scaramanzia, di cui dobbiamo avere la certezza. Il ‘Fringe’ ha scelto lo spettacolo, solo leggendo la sceneggiatura, senza vedere nulla, fidandosi solo della qualità del testo, ci ha reso molto felici e lusingati”.
Una domanda di routine per chi vive di teatro: come si affronta un periodo di crisi?
S.A. “Un dramma! Questo è il vero dramma, perchè è difficilissimo avere un riscontro economico, portare le persone a teatro, nonostante uno investa tantissimo in termini di lavoro, di tempo e di ingegno; le aspettative non restituiscono, sempre, una soluzione positiva e quindi ti arrangi, lavori il doppio, il triplo, perchè al lavoro teatrale, che è a tempo pieno, affianchi altro lavoro”.
R.F. “ Lavoro doppio per pagare le bollette. E’ una tale necessità vitale quella di fare teatro, di dire delle cose, mettere in scena nuove idee, sperimentarsi, che non è contemplabile, da parte nostra, dire ‘ vabbè non ci paghiamo l’affitto, quindi, facciamo altro’; c’è la necessità nostra, e poi condivisa con chi ti viene a vedere. Qui a Formia, poi, c’è una sintonia con una fetta di pubblico, che aspetta le nostre rappresentazioni”.
S.A. “ E’ una malattia!”
(Antonia De Francesco)

L’”Io” tra la “dialettica servo/padrone” e l’ indagine”freudiana”
15 04 2013 (Teatro)

Il teatro Remigio Paone si trasforma in un “possibile oggi” immerso nella continua scansione temporale di una logorante goccia d’acqua che cade incessantemente, decifrando la tortura cinese, il disagio psicofisico che permea “Il bambino che verrà”.
Dieci minuti a spostare mattoni, cinque a girare la ruota di uno strano marchingegno, tutto per produrre un’energia di cui non beneficeranno: l’inizio è una caratterizzazione fedele della routine dell’attesa di una vita in sospeso – come quella di molti al giorno d’oggi – che sottopone agli attori della compagnia – “Imprevisti e probabilità” – una vera e propria prova fisica, nello sciorinare i propri copioni; una sequenza che si ripete partendo dal “Buon Sonno” per giungere al “Buon giorno”, volgendo al termine con la solita pausa pasto.
Due gemelli, due fratelli, una coppia? Rimane l’inessenziale dubbio su un’immagine speculare, anche nell’acceso abbigliamento vagamente circense, rimando ad una sceneggiatrice dedita anche alla pittura: le due figure simbiotiche si agitano e arrabbiano sul palcoscenico, fino a costituire due facce omologhe della stessa identità, a discapito di una peculiare sessualità per sfiorare l’universalità.
Un copione di turpiloqui e lamentele per l’attrice in gonnella, d’accettazione, furbizia e adulazione per l’attore in salopette: la loro ricompensa non arriverà mai – “Porco schifo!” – quindi è giusto scioperare, benché costi altri sacrifici, anche se non più le mortificazioni fisiche e morali, per ottenere ciò che desiderano, il loro bambino, nonostante l’oracolo, in cartone e freccetta, abbia predetto che sarà “forte, stupido, alto per molto, ma non per sempre”.
Si accendono di nuovo le lampadine, intermittenti icone di quell’identità che dall’alto decide come a prescindere dalla personale volontà, prima la “gialla”, poi quella “blu”, poi quella “rossa”, ma quando in seguito allo sciopero tutte le luci saranno accese a punire quella mancanza d’obbedienza che la ribellione dello spirito – dal sapore Hegeliano – voleva condurre a riappropriarsi del proprio destino, ormai sarà tardi.
Il bambino-pallone gonfiabile, accompagnato da una risata arriverà, ma allora sarà buio e sarà tutto finito.
(Antonia De Francesco)

Il bambino che verrà

La compagnia teatrale Imprevisti e Probabilità presenta uno spettacolo metaforico e polemico,  interamente basato sul gioco beckettiano (un complicato confronto delle parti). Due personaggi sono costretti a elaborare il dramma della solitudine e dello sfruttamento. L’arrivo di un bambino dona loro la speranza che un giorno le cose possano cambiare. Soledad Agresti, protagonista e regista, e Raffaele Furno riescono a portare in scena, con una recitazione allegra e pungente, il tema della crisi economica. Tra un lavoro che li opprime, cibo e acqua che scarseggiano, dubbi esistenziali e l’affidarsi al ‘gioco’ del destino, i due personaggi – che alle volta sembrano formarne uno solo – sperano, un giorno, di diventare i padroni della propria esistenza: stanchi del loro status invocano il diritto di sciopero ribellandosi (con scarso successo) ai padroni – rappresentati metaforicamente con tre luci colorate. Un testo sarcastico che diverte il pubblico.

(Ilaria Cordì)

Il bambino che verrá potrebbe salvarci! 


Due personaggi alla Pinco-Panco e Panco-Pinco, gemelli a scacchi, asessuati, eseguono meccanicamente la loro routine che inizia con una sveglia all’alba. Ma quale alba poi? Qui siamo al chiuso, non sembra si possa vedere la luce del sole , solo tungsteno. 
Si lavora in catena di montaggio in questo scenario angusto e recluso. Ogni mattina ci si alza per spostare mattoni; i padroni lo ordinano. Si costruisce, si muovono marchingegni per produrre energia da fornire ai “signori di lassù”. Nessuno conosce l’obiettivo finale, lo scopo di tanto lavoro. Si lavora per sopravvivere grazie al poco cibo che viene lasciato in una cassetta della posta in cambio del sudore: un tozzo di pane, un bicchiere d’acqua e sette fagioli.
Sono un po’ buffi questi due, grotteschi gemelli interscambiabili e scissi come due parti della stessa persona. Un uomo e una donna, un dominato e un dominante che hanno bisogno l’uno dell’altro per poter sopravvivere. Litigano, si insultano e si sfidano per poter ottenere l’uno la collaborazione dell’altro. E per cosa poi? Nessuno sa a cosa possa servire tutta l’energia che questi schiavi producono, quale sia lo scopo di un lavoro tanto duro. Eppure si sta zitti e si sgobba in virtù di un premio che prima o poi arriverà… Un bambino. Non un messia venuto per salvare le sorti del mondo, piuttosto un portatore di nuova forza che potrebbe alleggerire il peso dell’età. E allora tutto è volto all’attesa e alla speranza, ci si priva di cibo e acqua affinché il nuovo arrivato possa averne abbastanza. Si spera che il premio arrivi presto, che non sia storpio, che si faccia trovare infagottato dentro una cassetta della posta.
Se non si eseguono gli ordini, tre lampadine colorate fungono da avvertimento. Qualora si arrivasse al peggio e si accendesse la rossa, bisognerà recitare un mea culpa denigrante e disumano che pare disegnato sulle tristi condizioni di ogni subordinato dei giorni nostri. 
La speranza, però, è difficile da alimentare. E se si perde il credo, la fiducia nell’arrivo di un salvatore, tutto appare senza futuro e l’unico modo per poter cambiare le cose è rompere le gabbie. Sciopero! Così potranno ascoltare la nostra voce. Se gli faremo mancare l’energia di cui hanno bisogno, allora ci ascolteranno. Purtroppo però, in un mondo così poco immaginifico da ricordarci qualcosa di molto vicino, chi comanda l’ha vinta. 
Soledad Agresti e Raffalle Furno forniscono ai due gemelli una caratterizzazione marcata e indimenticabile. La scrittura della Agresti, più che premonitrice, si rivela attenta osservatrice della realtà, portando alla luce l’incubo sopito di ogni “dipendente”. Una routine opprimente, il timore di una punizione, il senso di alienazione e di impotenza sono ingredienti perfetti per una scena grottesca che sa tanto di parodia dell’attualità. 
La messa in scena giocata su continui equilibri/squilibri tra i due sosia sostiene un andamento ritmato e mai noioso che coltiva la suspense fino alla fine. Un’interpretazione memorabile quella di Soledad Agresti, macchietta tutta nervi che, oltre ad una vocalità piacevolmente aggressiva, dimostra una presenza scenica tragicomica notevole.

(Lou Andre Dell’Utri Vizzini)

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Il Bambino che verrà from ITV produzioni televisive on Vimeo.

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